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Chi sono

L'inglese ci ha messo un po' a diventare amore.

Il mio interesse per la lingua è nato presto, ma non è stato un colpo di fulmine. Ora ti racconto com'è andata: dalla curiosità di una bambina di sette anni fino al metodo che uso oggi con i miei studenti.

  • Laurea in lingue
  • Tre anni in aula, oltre 25 classi
  • Più di 250 studenti
Ritratto di Laura

Ora ti racconto

Otto momenti, e quello che mi hanno lasciato.

L'inglese è entrato nella mia vita poco per volta, e ogni volta mi ha lasciato qualcosa che oggi sta dentro il mio modo di insegnare. Queste otto cose non le ho studiate: me le sono ritrovate addosso.

  1. Ho sette, forse otto anni

    Arriva Audrey

    Mia sorella partecipa a uno scambio interculturale Italia-Francia e a casa nostra arriva una ragazza francese. Di lei ricordo poco, se non che era «diversa»: lingua e look lontanissimi dal normale, e un misterioso silver lipstick che sembrava uscito da un altro mondo. Lei e mia sorella comunicano alla grandissima, con un inglese italianizzato e francesizzato — un mix buffo e incredibilmente efficace. Io faccio finta di snobbarle, ma qualcosa me lo tengo.

    Quello che mi restaLe lingue connettono.

  2. Qualche tempo dopo

    «Una volta lì non hai scelta»

    Mia sorella parte, va a Londra con un progetto scolastico. Torna, e ogni volta che abbiamo ospiti scatta la stessa domanda: ma come hai fatto con la lingua? Io non me la sentirei proprio, che figura. E lei, con nonchalance, zittisce tutti allo stesso modo: «Una volta lì non hai scelta, e poi a un certo punto ti viene naturale».

    Quello che mi restaBisogna buttarsi.

  3. Teacher Bruno

    La prof delle medie che spiegava il difficile con facilità

    Non sono mai stata una studentessa modello, eppure le ore di inglese di Ms Bruno erano stimolanti: concetti complicati spiegati con una facilità disarmante, offrendo a ognuno di noi una chiave di comprensione diversa. La prova vivente che «insegnare» (proveniente dal tardo latino insignare, cioè incidere) imprime dei segni nella mente.

    Quello che mi restaIl canale e la persona giusta fanno la differenza.

  4. Il liceo scientifico

    God knows why

    Un percorso che sembra lontanissimo dai miei veri interessi. Eppure l'inglese si fa strada lo stesso: leggo sui siti stranieri, guardo video tutorial tutti in inglese, frequento blog e chatroom. Scopro che posso accedere a una cultura nuova ai miei occhi, e che posso farlo attraverso la lingua: una chiave che apre porte che non immaginavo nemmeno esistessero.

    Quello che mi restaL'inglese serve davvero e connette.

  5. La laurea, e poi i viaggi

    Centinaia di persone, una lingua sola

    Mi laureo in lingue — inglese e francese e comunicazione interculturale — con un voto alto che però non «fa figo»: 104. Pensavo bastasse. Poi comincio a viaggiare: rappresento l'Italia in Europa nei training course su attualità, imprenditoria giovanile, ambiente, comunicazione emotiva, teatro esperienziale. Inghilterra, Turchia, Georgia, Balcani, Grecia, Spagna, Francia, prima come partecipante e poi come facilitator. Centinaia di persone conosciute lì, ognuna con il suo accento, il suo livello e la sua attitudine, tutte connesse dall'inglese.

    Quello che mi restaNon bisogna impantanarsi nel «fino a quando non pronuncio come un native non parlo».

  6. Dopo i viaggi

    Una casa, mille accenti

    Arriva un'altra esperienza che mi fa vivere l'inglese ancora più da vicino: per un periodo gestisco una co-house, una residenza artistica dove passano continuamente persone da Paesi diversi. In casa si parla inglese. Sempre. E così, giorno dopo giorno, mi ritrovo ad ascoltare e usare modi di parlare completamente diversi: accenti, pronunce, espressioni, livelli di inglese e persino lessici legati a mondi diversi, dall'accoglienza all'arte. Nel frattempo, quelle persone non restano solo «ospiti»: con molti di loro nascono amicizie che porto con me anche dopo la loro partenza.

    Quello che mi restaL'inglese ha mille forme.

  7. Tre anni in aula

    Un abito su misura, non una taglia unica

    Torno e decido di insegnare. Collaboro con 2 agenzie di alta formazione seguendo oltre 25 classi con studenti italiani e internazionali, da chi partiva da zero a chi doveva perfezionarsi; poi inglese settoriale — imprenditoria, cucina, hospitality, design, moda, beauty — in aziende e agenzie, in presenza e online. Come un sarto che cuce un abito, ogni studente richiede le proprie misure, i propri tempi, il proprio stile.

    Quello che mi restaUn percorso cucito su misura porta risultati reali.

  8. E continuo a formarmi

    Perché insegnare bene significa anche continuare a imparare

    Ho conseguito il corso Teach English Now! Foundational Principles presso la Arizona State University, dedicato all'insegnamento dell'inglese e alla progettazione di lezioni efficaci, e il corso Business English: Networking della University of Washington. Continuo inoltre ad aggiornarmi attraverso seminari e incontri di formazione Cambridge e UCLA rivolti a insegnanti, coach e formatori.

    Quello che mi restaContinuare a imparare fa parte del mestiere: essere studentessa mi permette di capire meglio le difficoltà di chi impara.

Sei archi di cartoncino ritagliati a mano, uno dietro l'altro e ciascuno più alto del precedente, dal crema all'azzurro fino al blu notte; sulla cresta dell'ultimo, un piccolo disco corallo

Quello che il metodo ti dà

Più di 250 studenti hanno già migliorato il loro inglese.

  • Basi solide per costruire le competenze linguistiche.
  • Metodi di ricerca per l'apprendimento autonomo.
  • Chiavi di accesso per addentrarti nella lingua con naturalezza.
  • Risultati reali e concreti già nelle prime settimane di applicazione.
  • Autonomia e indipendenza durante il percorso, e anche dopo.

E adesso?

Il primo passo è dirmi dove sei.

Il metodo è personalizzato in base alle doti naturali di ciascuno, al punto di partenza e all'obiettivo da raggiungere: per questo non comincia da un programma, ma da te.

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